Lo attendo da mesi. Forse anni. L’avocado in copertina sull’ultimo omonimo disco proprio non l’avevo digerito. Avevo bisogno di un disco grappino che mi togliesse quel saporaccio. Non a caso Backspacer arriva giusto in tempo di vendemmia. E’ di buon auspicio. Testo le mie nuove cuffione WESC da “pig-party” con "Supersonic", "Just Breathe", "Gonna See My Friend" e penso a quanto vorrei essere con Gad e Gonzo in terra sabauda invece che tra i toni del grigio di Paolo Sarpi.
Ascolta: Got some
Wilco – Wilco (The Album)
E’ estate piena e ho paura che il cd lasciato in macchina in fondovalle fonda, mentre mi dirigo verso i 4556 m della capanna Margherita. Cambia il weekend, ma non lo scenario. Il cd è sempre in macchina mentre con Marco si va al Maccagno per una 2 giorni di pesca into the wild. Ricordo di aver camminato coi Teva senza calze su un nevaio e di aver rischiato l’ipotermia. Mi piace contrapporre gli psicofarmaci di Tweedy ai salmerini sulla pietra a bordo lago.
Ascolta: Wilco (The Song)
Eels - Hombre Lobo
Ai fan di vecchia data di Mark Everett, "Hombre Lobo" potrà sembrare un deja vù. Eppure, come non si disdegna mai di tornare in un luogo dove si mangia bene, allo stesso modo si apprezza sempre un bel compendio di rock e blues disperato scritto da un grande songwriter. Ci si trovano infatti soavi pietanze accompagnate da robusti piatti, in un alternarsi che sazia ma non appesantisce. Proprio come quella cena al "Diavolo Rosso" di Asti che ha preceduto il Lebowski Fest, in tarda primavera. E infine a suggelare il tutto, come suggerisce la copertina, un bel Cohiba tra le labbra. Che c'è di meglio?
Ascolta: What's a fella gotta do
The xx – xx
Una delle cose più sensuali dai tempi di "Use Me" di Bill Withers. Così ricordo di aver definito questo disco con una cara amica. Come sensuale era il tortello di zucca che mangiai al Grand Hotel sui Navigli in compagnia di Ciro Frank from Barcellona, Rosa from Roma e Sarah from Gallarate.
Faceva il paio con il Sirì d’Jermu 2006 di Pecchenino , un dolcetto che sembra quasi un Barolo. Dopodiché un Soldati, la Clio che sembra un suv e via verso nord. Bonheur!
Ascolta: Crystalized
Muse - The Resistance
Alla faccia dei soliti buongustai dell'indie con la puzza al naso, questo disco lo piazzo in classifica con orgoglio. Perchè sfido chiunque ad essere così smaccatamente pomposo, epico ed ultrasaturo nelle sonorità, senza risultare pacchiano ed autoreferenziale. I Muse hanno avuto il coraggio di provarci e la bravura di riuscirci, con quest'album settembrino che mi ha pompato il mood al ritorno dalle ferie, insieme ad una bella spesa di presidi Slow Food da Eataly. Scorpacciata, fisica ma soprattutto emotiva.
Ascolta: Undisclosed desire
Mumford & Sons - Sigh no more
Roba con la barba che piace ai giovani. Mi ricordano i Grant Lee Buffalo, da poco riscoperti grazie al mio donnino: suonano bene mentre finalmente le foglie si decidono a cadere. L’estate infinita lascia spazio all’afrore della trifola che inseguo come una chimera tra Langa e Monferrato. Nonostante siano inglesi, io me li vivo come "from Tucson". Intanto passeggio per la valle Ghenza e butto un occhio sui filari del Grignolino. E’ la globalizzazione, belli!
Ascolta: Little lion man
Il Teatro Degli Orrori - A sangue freddo
Gli abbinamenti eno-gastronomici qui avrebbero poco senso, perché "A sangue freddo" è piuttosto un pugno nello stomaco. Complesso, aggressivo, noise, per nulla radiofonico e del tutto sregolato nella forma: ma con uno spessore e un'intensità difficilmente riscontrabile in una band italiana di oggi. E' un amaro boccone che si ferma in gola e ti soffoca, per poi liberarti ed aprire una voragine di nuovo appetito. Fame incazzosa di un corpo infreddolito dall'umidità autunnale e disgustato dalla fottuta società. Fame di rock urticante e di un nuovo fermento rivoluzionario.
Ascolta: Due
Dan Auerbach - Keep It Hid
E' proprio l'anno della barba, non c'è che dire; a quanto pare chi se la fa crescere guadagna in ispirazione e la prima prova da solista del cantante dei Black Keys sembra dimostrarlo. Tra rauche ballate bluegrass e cavalcate garage-rock psichedeliche, Keep it hid mette in luce tutte le qualità e la classe di questo novello John Fogerty. Nell'estate a tratti bollente di questo '09, il cielo dell'Ohio e quello della pianura padana erano per me una cosa sola, mentre ascoltavo le tracce infuocate di Dan Auerbach e nel contempo mi rinfrescavo l'ugola con un'ottima Baladin Nora.
Ascolta: The prowl!
The Dead Weather - Horehound
Non c'è niente da fare, a me Jack White fa l'effetto di un superalcolico: che sia un fine distillato da sorseggiare (White Stripes, Raconteurs) o una Tequila da buttare giù storcendo il naso come questi Dead Weather, l'effetto è il medesimo: una bella e sacrosanta sbronza! Lo so che questo disco difficilmente passerà alla storia ma che ci posso fare, ogni volta che sento quei riff sporchi e taglienti e la lasciva voce di Allison Mossahart, io non capisco più un cazzo. Per citare un libro di Hunter Thompson, è "meglio del sesso".
Ascolta: New Pony
John Mayer – Battle Studies
La neve a Milano! E mentre il resto della popolazione sembra essersi messo in marcia per una critical mass involontaria su macchine pattinanti, io mi scaldo con il “plaid sound” del buon Mayer. Sono contento che da noi sia semi-sconosciuto, mentre a Nuova York riempie Central Park. Assume quel sapore di esclusività, quasi come il Valtellina Inferno handmade della Cri, che a cena sbaraglia un Amarone di Masi da 30 euri. Così è.
Lo so, fare un post sulla morte di Michael Jackson quando più o meno tutto il mondo ne sta parlando, è scontato e prevedibile come un'edizione del Tg4. Ma evitarlo sarebbe obiettivamente assurdo, perchè stiamo parlando di un personaggio che nel bene o nel male ha caratterizzato quarant'anni di storia della musica pop e del gossip. Anche se artisticamente era già morto da molto tempo, la sua grottesca figura ha continuato a mantenere la sua aura di mistero e il suo ascendente sul pubblico, come dimostra il sold-out realizzato per quello che doveva essere il suo ritorno live tra pochi giorni. Talento irriproducibile, magnetismo, innumerevoli leggende metropolitane... non so esattamente quali siano i reali motivi della durata di tanto successo, forse tutti questi elementi insieme; di certo MJ è stato un catalizzatore di eventi e di sentimenti talmente enorme da scolpirsi un posto indelebile nell'immaginario e nella memoria di ognuno di noi, questo è un dato di fatto.
Personalmente lo trovavo patetico e facile oggetto di presa per il culo quando se ne presentava l'occasione. Ma non posso dimenticare che il mio primo avvicinamento alla musica è stato attraverso i suoi dischi e le sue performance negli anni '80 e per questo oggi, al di là di tutto quel che è stato, lo ricordo. Rest in pop.
Niente mp3 o video, perchè già ne farete indigestione altrove. Riporto invece la puntata diDee Giallocon Carlo Lucarelli di qualche mese fa, dedicata proprio a Jacko.
Se avete visto sparire dal blog il post sui White Lies di qualche giorno fa, la colpa è stata della piattaforma che ci ospita. Con una mail infatti, Blogger ci ha informato che il post è stato cancellato a causa di una violazione di copyright notificatagli dall'IFPI (associazione americana che rappresenta 1400 etichette discografiche). Cioè, non bastava la RIAA a rompere i coglioni, ora ci si mettono pure questi e con risultati addirittura più allarmanti. Infatti il link incriminato non puntava direttamente ad un mp3, ma passava tramite Yousendit. E' un'assurdita accusare chi semplicemente copia e incolla un link potenzialmente trovato in rete, senza contare il fatto che ci è stato cancellato integralmente il post e abbiamo dovuto fare i salti mortali per ritrovare frammenti di testo nella cache di Google e ricostruirlo. Quali risultati ottengono l'IFPI e Blogger con questo indecente accordo? Noi abbiamo ri-postato il tutto, aggiungendo anche il consiglio di scaricarsi l'intero album dei White Lies su Coda Fm.
E così può fare chiunque.
Per il futuro però c'è preoccupazione, perchè le cose potrebbero anche peggiorare. La migrazione su Wordpress a questo punto diventa il prossimo obiettivo.
Non che fossero necessarie conferme ulteriori in merito all'opinabilità di Wine Spectator, ma anche questa volta, scorrendo in ritardo la famosa top 100 della "prestigiosa" rivista, non sono stato in grado di stare zitto di fronte alle scelte effettuate.
Senza entrare nel merito delle scelte, ci sono una serie di elementi di riflessione.
-1° Come il vino vincitore, un cileno merlot-cabernet con l'aggiunta di un invecchiamento in barrique: il vino adatto per chi ama leccare il cuoio.
-2° Ma che fine ha fatto il vincitore del 2007, alias Chateauneuf du Pape?
-3° Primo degli italiani, Pio Cesare con un Barolo 2004. Lo stesso Pio Cesare che si trova anche al supermercato? Proprio lui. Ma il fatto di vedere un nobile piemontese prima dei vari "super toscani" mi strappa un mezzo sorriso.
-4° Il primo toscano è Setteponti, appena quindicesimo e preceduto da un altro piemontese (tiè). Apperò! L'effetto brunello ha colpito duro eh?
-5° Non è una barzelletta. Ma alla cinquantesima posizione c'è il Nero d'Avola.
Il resto? Tutto un proliferare di americani, cileni, francesi.
Questo mi fa tornare alla memoria una sera di qualche mese fa a casa di Gherson, quando il "povero" Dolcetto di Dogliani ha vinto la sfida contro l'iper super blasonato Chateauneuf du Pape. Argomento della serata era come il vino sia spesso interpretato alla stregua delle scarpe di Prada: qualcosa che fa figo e va di moda. Quindi chi se ne frega se è prodotto in modo paraculo, lo paghi il triplo e non ha una sua storia di sudore e passione, l'importante è bere un'immagine perchè così fan tutti.
E' il modo molto meneghino di osannare cileni ed australiani perchè quelli vanno di moda, riducendo i piemontesi al solo Gaja non per l'indiscussa qualità ma per il solo prezzo proibitivo: perchè più è caro più è buono.
Non so per quale motivo il sito di Pc World abbia pubblicato un articolo sulle droghe acquistabili online, con tanto di foto e link che in teoria permettono di andare subito ad acquistarsi lo sballo... ma una bella ricerca su effetti e conseguenze, senza ipocrisia, ci voleva! Tutti pronti a puntare il dito contro le sostanze stupefacenti e poi non sanno neanche di cosa si sta parlando. Demonizzare non serve a nulla, per capire occorre studiare quella che è una vera e propria cultura; soltanto in questo modo è possibile limitarne i danni e trarne dei benefici.
A proposito, vado subito ad aumentare la mia istruzione, acquistando un Amanita muscari!
All’ingresso del cinema ho letto sulla locandina “The best film of the year”. All’uscita ho pensato che non hanno esagerato. E’ un film destinato ad uno dei primi posti nella mia top ten di sempre. Sono talmente entusiasta da non riuscire a prendere sonno ed allora sono qui a scrivertene anche se è molto tardi e dovrei dormire, ma chissene. Cercherò di astenermi da commenti che possano in qualche modo svelarti non la trama, che credo tu sappia, bensì la bellezza del film in senso stretto, ovvero quell’apprezzamento che è possibile fare solo dopo averlo visto. Anton Corbijn ci ha regalato un piccolo grande capolavoro unendo la maestria del grande fotografo alla finezza stilistica di un bravo regista: connubio da cui nasce un film corretto che non pretende di interpretare, pare forse superficiale allora, ma è quella superficialità giusta, tradotta nella trasparenza del personaggio. Nessuno in fondo conosceva Ian Curtis meglio di se stesso: per questo il film non dà spazio ai giudizi, ma offre la vicenda della vita di questo ragazzo quasi come una cronaca. Drammatico, ma non patetico. Così è miglior biografia, secondo me. Il protagonista Sam Riley ha una potenza espressiva impareggiabile, capace di evocare i disagi di un ragazzo sensibile e tormentato, cresciuto nella profonda periferia inglese. And ‘(s)he’s lost control..’ Da segnalare, infine, che il film avrebbe perso il suo fascino su pellicola a colori: decisiva la pellicola in b/n.
Con imperdonabile ritardo mi accorgo di non aver scritto nulla sulla morte di Isaac Hayes, avvenuta mentre ero in vacanza ad agosto. L'intenzione era quella di onorarlo appena rientrato, poi invece i due neuroni che mi restano in testa han fatto sì che me ne dimenticassi e così eccoci qua...meglio tardi che mai! Per chi non lo sapesse, Hayes è stato un protagonista assoluto della scena soul anni '60/'70 americana. Tra le pietre miliari che gli appartengono ci sono il tema del celebre film "Shaft", pellicola che ha dato il via alla blaxploitation, e l'album "Hot Buttered Soul", considerato tra i più importanti di sempre nell'ambito della black music.
Dopo gli anni d'oro della Stax Records diventa anche attore e partecipa a produzioni Hollywoodiane come "Fuga da New York", portando il suo stile sul grande schermo. Non contento, in ultimo si dà al doppiaggio, prestando la voce anche a "Chef" nella versione originale di South Park. Insomma un personaggio poliedrico e dall'enorme creatività, che ha dato molto alla musica e alla comunità afro-americana. Buon viaggio nell'aldilà, Isaac...e salutaci Marvin!
Non riesco a capire se quella dei NIN sia una ben studiata strategia di marketing o una genuina anarchia discografica. Fatto sta che dopo il disco strumentale Ghost I-IV quasi regalato e il nuovo singolo "Discipline" scaricabile gratuitamente, ora è il momento di un altro free download: The Slip, ultima fatica in dieci tracce della band di Trent Reznor è infatti appena andata online su nin.com e semplicemente lasciando la propria e-mail è possibile ricevere il link per succhiare giù tutto l'album senza cacciare un centesimo di euro. The Slip è inoltre pubblicato con licenza Creative Commons, che permetterà ai fans di remixare l'album e rimetterlo in rete senza alcun problema. Dite quel che vi pare sulla loro musica, ma le loro idee sono indubbiamente orientate in avanti e soprattutto verso il pubblico. Quand'è che tutti gli altri "dinosauri" della musica si decideranno a seguirne l'esempio?
Già in precedenza i NIN avevano dimostrato di apprezzare le potenzialità del web, mettendo online un sito dedicato esclusivamente ai remix dei loro pezzi. Ora Trent Reznor e i suoi confermano la volontà di continuare su quella strada e per il nuovo disco"Ghost I-IV" seguono, almeno in parte, la orme dei Radiohead. Sul sito ufficiale è possibile scegliere diverse formule: dal download gratuito di una parte dell'album, a quella a pagamento (contenuto) per l'opera completa, fino alle edizioni deluxe per i fan disposti a spendere un pò di più. Ognuna di queste opzioni è inoltre corredata di un pdf da 40 pagine contenente splendide immagini in alta risoluzione, più altri extra come wallpapers e web graphics. Una scelta ragionata e attuata molto bene, lo dimostra anche il chiaro riferimento all'alta qualità dei file (che per i Radiohead era stata fonte di critiche) e la decisione di renderli disponibili DRM-free (altra cosa che di solito fa incazzare la gente). Va detto che Ghost I-IV è un esperimento anche a livello musicale, 36 tracce tutte strumentali che compongono "una colonna sonora per sogni a occhi aperti", come l'ha definita lo stesso Reznor. Ma non si può escludere che se avrà successo i Nin useranno questo metodo anche per il prossimo e più convenzionale disco, c'è da scommetterci. Per il momento è un altro bel messaggio lanciato alla discografia e segna decisamente un grosso punto a loro favore.
L'archivio del blog inizia a diventare consistente e sicuramente sono in pochi quelli che perdono tempo a spulciare i mesi arretrati per ritrovare vecchi post... cosi' ogni tanto è giusto rispolverarne qualcuno memorabile e magari ancora attuale. Oggi vi riproponiamo lo speciale Jam Rock, pubblicato un paio d'anni fa su queste pagine. Il sound da bagnasciuga, raccontato in cinque puntate.
Torniamo un pò sulle frequenze italiane per segnalarvi un gruppo pavesino che ci ha scritto via mail in questi giorni. Si tratta dei Musashiden, band nuova di zecca che ha appena concluso il primo EP dal titolo "Iceberg", ascoltabile e scaricabile parzialmente sul loro maispeis. Genuini e con la voglia si sperimentare, si appoggianno su un buon cantato in inglese e sfoggiano lunghi passaggi strumentali, alternando morbidi arpeggi a ruvido shoegaze. Sicuramente fuori dal solco dei soliti gruppetti indie inconsistenti e anche solo per questo, ve ne consigliamo l'ascolto.
A proposito del rock indipendente italiano, in parecchi ne hanno decantato l'ottima annata nelle classifiche di fine anno, a noi invece non è sembrata esserci questa grande evoluzione. Alcune buone prove ci sono state, certo...vedi ad esempio Canadians e Trabant. Al di là di questo però c'è stato un deludente disco degli Amari, i poco convincenti Ex-Otago e Settlefish e, in generale, nulla che possa lontanamente competere a livello internazionale. Eppure si continua ad incensare la scena, rimbalzando di blog in blog i soliti nomi che pare basti scrivere per essere dichiarati paladini dell'indie rock nostrano. Beh fanculo, non ci prestiamo a questa farsa e al di là del patriottismo quel che è fuffa per noi rimane fuffa. Evitando inutili pregiudizi possiamo tranquillamente affermare che i Subsonica sono ancora su un altro pianeta rispetto a tutto quel made in Italy fatto di lo-fi e snobismo del cazzo. Ma ovviamente gli integralisti non lo ammetteranno mai, perchè li considerano dei venduti alle major. Il nostro consiglio invece è quello di cliccare il tasto "reset" e tornare a considerare la musica solo in base alla qualità, senza difendere strenuamente le proprie frontiere ideologiche e soprattutto porsi degli inutili paletti.
Best of 2007 - Appunti semiseri di un anno in musica
Si è tanto parlato dell’emo negli ultimi tempi, per una volta anche noi cediamo alla tentazione. Tranquilli niente frangette e unghie pittate, solo una gran voglia di raccontare in assoluta soggettiva i nostri dischi preferiti di questo cruciale 2007.
1- Maximo Park - Our Earthly Pleasure Aprile, Rolling. La serata è di quelle perfette: pizza alla “Piccola Ischia” , clima quasi estivo e imminente live dei Maximo da godersi sulla terrazza vip grazie ad un piacevole accredito. Per suggelarla basta che Paul Smith salga sul palco e ci convinca che i pezzi del nuovo album hanno poco o nulla da invidiare a quelli del primo. Solita performance ineccepibile e quando all'uscita ci ritroviamo a intonare sguaiatamente "Our velocity" e "Books from boxes" fino a casa, ci rendiamo conto che l'obiettivo è stato centrato in pieno. E il disco, almeno per noi, è ancora adesso in heavy rotation. Listen to: Our velocity
2- Battles - Mirrored Agosto, radio. Mauro posta una delle ultime cose prima di levare le tende. Suono ad alto volume il video di Tonto e subito accorrono in ufficio la Chiara, Fede e il Prevy a tessermi le lodi di una loro fantasmagorica gig qualche mese addietro al Magnolia. E io non c’ero. Beh mi consolo con il loop di Atlas da lì alla fine delle vacanze (degli altri). Il cielo di Milano è giallo e per le strade deserte continua a passare questa sgangherata fanfara post atomica. Potenza psicotropa che scaccia ogni spleen. (cosa ho detto?) Listen to: Atlas
3- Radiohead - In rainbows Una mattina di novembre, freddo incalzante, cielo plumbeo e pioggia che cade senza sosta. La desolante visione che mi offre il finestrino del treno farebbe andare in depre anche il più inguaribile ottimista, ma isolandomi con l'iPod, posso connotare le immagini ad un suono e ci provo mandando in play “In Rainbows”. Il risultato è un binomio quasi perfetto, fatto di emotività e suggestioni, capace di rendere interessante e poetica persino una goccia che scende lentamente sul vetro appannato davanti a me. Un disco che accompagna e completa la natura. Listen to: Reckoner
4- Kings of Leon - Because of the times Marzo, sulla strada. Diviso tra precaria attività free lance e poco confortanti colloqui di lavoro, sfrutto gli spostamenti in auto per cercare una via d’uscita mentale alla situazione. Ma è solo ginnastica per le meningi, perché di fatto non mi porta a nessuna soluzione geniale. A parte quella di farmi rincuorare dal ruvido southern rock dei Kings of Leon, che decido di ascoltare. Mi ritrovo così proiettato in una sconfinata prateria a fare vita bucolica e ubriacarmi di Jack Daniels, mentre tutto il resto è dimenticato. Terapeutico. Listen to: Charmer
5 - Simian Mobile Disco - Attack Decay Sustain Release Agosto, Marsa Alam. Sdraiato sul bagnasciuga, con il sole che mi cuoce la pelle e i piedi doloranti grazie alla fuckin’ barriera corallina, mi ascolto a chiodo i SMB per stordirmi un po’ con il beat giusto. Il risultato è invece quello di farmi saltare in piedi e muovere il culo, quasi pentendomi di non essere a qualche migliaio di chilometri di distanza per poter passare una nottata sul dancefloor. Una strana esigenza che non sentivo da tempo ma certamente sintomo che l'elettronica ha ancora qualcosa da dare, e quest' album lo dimostra. La nottata la passo poi sul cesso, ma questa è un’altra storia. Listen to: I believe
6- Shins - Wincing the Night Away Febbraio, Auckland, in fondo a Queen st., a due passi dall’Albert park che pullula di pussy, sole ancora alto all’orizzonte, cielo limpido e temperatura sui 25°C ventilati. La radio passa Phantom Limb che, guarda caso, è l’ultima canzone ascoltata in Italia prima di spegnere il mio esausto mp3. Potere della globalizzazione, la buona musica mi segue agli antipodi. Facile intendere come questa band di nerd totali sia per me diventata un inevitabile richiamo alla libertà più assoluta. Listen to: Phantom Limb
7- Spoon - Ga ga ga gaga Luglio, nella mia stanza. Diventato zio da poche ore, mi attrae spontaneamente l’ascolto di “Ga ga ga ga ga”, forse perché è un titolo che potrebbe aver scritto un neonato, non so. Di certo il suono è invece maturo, pop al punto giusto e me ne innamoro subito per come riesce ad essere delicato e allo stesso tempo incisivo. Da tramandare a future generazioni penso, mentre riguardo la foto della mia nipotina fresca di nascita. Poi masterizzo, etichetto con dedica e archivio. Presente e futuro, insieme, nello stesso disco. Listen to: Don't Make Me a Target
8- Wombats - Guide To Love Loss & Desperation Settembre, grande controesodo e io ancora in città. In macchina con Dee si testa Virgin radio. Passano i Wombats: null’altro che uno degli ultimi rantoli del garage rock made in UK. Musicalmente mediocri, ma il testo è così positive che riesce ad esorcizzare quella coda infinita in zona fiera. E poi la mia vita iniziava a complicarsi… so “Let's dance to Joy Division… everything is going wrong but we’re so happy!” Dimenticavo: il Wombat è il nostro animale preferito. Listen to: Let's dance to Joy Division
9 - John Butler Trio - Grand National Maggio, un puzzolente treno surriscaldato in direzione Duomo. Di fronte a me, una stangona con pedicure da sturbo. Impossibile non guardarla. Nell’mp3 scorre il nuovo del JBT, prontamente segnalato dalla nostra Ste. Booklet in mano e si "sing-a-long-a" senza paura. Il sound è così “no worries” che quasi mi decido a lasciarle la mail. Per fortuna Better Than è talmente bella da farmi perdere l’attimo. Si scende. Ad attenderla al binario un pettinato yuppie in panta rossi e hogan: sicuramente non avrebbe capito. Listen to: Better than
10- Subsonica - L'eclissi Dicembre, forum e fuori piove. L’ultima chance ai nostri conterranei. Ci vado solo perché ho gli accrediti, ma non mi aspetto nulla. E invece basta un inizio copiato ai NIN per cambiare idea: “Tutti i miei sbagli” a giorno commuoverebbe il più coriaceo degli insensibili. Così, fanculo alla snobbery e via con le danze; sudore e sguardi ammiccanti a “fetere”. Pazzesco poi come i nuovi pezzi abbiano una tensione molto simile al mio mood sentimentale. Forse senza L’Eclissi i SBS non avrebbero rivisto la luce del sole. Listen to: Piombo
Forse non molti lo sanno, ma in Italia tra gli anni '60 e i '70 c'è stata una vera e propria "età dell'oro" della liuteria, grazie ad un'esplosione di creatività nella produzione di chitarre elettriche. Non esistendo una tradizione a cui rifarsi, ne vennero fuori esperimenti davvero innovativi e fantasiosi, rimasti purtroppo senza seguito ma custoditi gelosamente dai vari collezionisti che oggi possono vantare dei pezzi di altissimo valore. Fetishguitars.com è il sito di riferimento per entrare in contatto con gli appassionati di questi oggetti e approfondirne la conoscenza del cosidetto "vintage italiano" con immagini, storia e informazioni molto dettagliate.
Alla fine di tutto il putiferio mediatico suscitato da "In Rainbows", l'ultima parola spetta comunque ai diretti interessati. Ed è proprio Thom Yorke a spiegare, con un'intervista rilasciata a Repubblica, il vero scopo della clamorosa operazione:
"Abbiamo dimostrato che non c'è bisogno di tutte queste infrastrutture per far arrivare la musica alla gente. Il processo industriale serve solo a sottrarre guadagni agli artisti e a rendere il disco sempre più costoso. Un tempo l'industria lavorava per far conoscere i giovani artisti, oggi invece le major tendono a eliminare chi non ha un riscontro commerciale immediato."
Qualcuno potrà affermare che già si sapeva, oppure che nonostante tutto il supporto fisico è necessario e per quello l'industria serve eccome. Inoltre c'è sempre chi considera puro marketing la decisione dei Radiohead. Ma al di là di tutto questo è innegabile una forte presa di posizione, rimarcata in quest'intervista e quindi sempre più sotto gli occhi di tutti. Non ci saranno probabilmente rivoluzioni musicali così evidenti nel breve periodo, eppure a mio avviso lo spartiacque che si è creato si allargherà e col tempo avvertiremo di più il peso di queste dichiarazioni. A meno che naturalmente il mondo discografico non si risvegli dal suo torpore e intraprenda una decisiva svolta intelligente. Ma per il momento è più probabile che il Papa sdogani i preservativi e decida improvvisamente di sposare tutte le coppie gay di questo mondo... cosa che tra l'altro farebbe anche più ridere!
Una notizia in particolare mi scuote stamattina: il peyote, cactus messicano ricco di mescalina che ha alimentato i sogni della beat generation, si sta estinguendo. Utilizzato già duemila anni fa dalle civiltà pre-colombiane per riti religiosi e come medicinale, è sempre stato considerato una pianta sacra e molto preziosa. I libri di Carlos Castaneda l'hanno poi reso molto popolare negli anni '60 e da allora è iniziato lo spasmodico consumo che oggi l'ha resa quasi introvabile. A questo punto mi sembra quasi inevitabile lanciare una campagna "save the peyote" o "respect the peyote", le cui ragioni si possono elencare essenzialmente in 3 punti:
1- buona parte del rock delle origini è stato scritto sotto l'effetto di questa miracolosa pianta
2- le anime di William Burroughs e Hunter Thompson ce lo chiedono
3- non ho ancora fatto in tempo a provarlo...e forse neanche voi
Detto questo aspetto adesioni, ricordandovi il pensiero degli sciamani:
"Il peyote è un libro, un maestro. Non puoi apprendere se non hai mai mangiato il peyote"
Relativamente all'elettronica pura il 2007 non ha finora regalato dischi particolarmente memorabili. Un noioso album degli Air, una banale prestazione dei Chemical Brothers e qualche altro trascurabile lavoro. Degni di nota solo i Justice che, pur riciclando la formula "french touch", hanno prodotto qualcosa di convincente. E forse a loro va anche il merito di aver rivitalizzato una scena che sembrava morta e sepolta. I loro pigmalioni Daft Punk sono tornati sulla cresta dell'onda anche senza nuovo materiale da proporre e ora sono in rampa di lancio nuove realtà come i Destronics, che sembrano volersi rifare in tutto e per tutto a questo stile. Forse questo fenomeno è un bene per risvegliare i transalpini dal loro torpore discografico e se la qualità si mantiene alta potrebbe anche durare...ma mi chiedo se sia giusto e possibile che l'elettronica ormai non abbia niente di più interessante di questo da offrire.
Prince non ha certo bisogno di presentazioni e normalmente non siamo soliti parlare di personaggi cosi' mainstream... in questo caso pero' l'eccezione va fatta. Con la sua decisione di allegare il nuovo album "Planet Earth" al giornale inglese Mail on sunday, ha eluso i consueti canali distributivi beffando le discografiche e facendo raggiungere la tiratura record di tre milioni di copie al tabloid. Il disco chiaramente non comparirà nelle classifiche di vendita ma Prince ha già affermato che non gli importa, perchè cio' che conta è che la sua musica raggiunga più gente possibile. Queste sono parole da vero artista cazzo, e c'è da sperare che questo terremoto mediatico che sta scatenando serva da esempio e come spinta per rimettere in discussione le regole dell'industria musicale. Che è sempre più industria e sempre meno musicale.
Come festeggiare al meglio l'uscita del nuovo album "Yours Truly Angry Mob" che arriva nei negozi proprio oggi? Magari piazzando direttamente al n°1 della classifica Uk il singolo "Ruby", pubblicato appena una settimana fa. Questo il biglietto da visita dei Kaiser Chiefs, chiamati al difficile compito di bissare il successo di Employment. Nonostante le aspettative altissime e il rischio di ripetere la formula in modo scontato, devo dire che i nuovi pezzi mi convincono e per tutto il w-e il disco è stato in alta rotazione nella mia autoradio. Forse c'è piu' maturità ed introspezione nei testi, mancano quindi hit cazzone come "Na na na na naaa" o "Every day i love you less and less", tuttavia gli ingredienti sonori rimangono sostanzialmente gli stessi e la produzione sembra addirittura più curata. Insomma i Nostri non perdono colpi e confezionano un altro (capo)lavoro squisitamente pop che mieterà successi e ci risuonerà a lungo nelle orecchie. Ad oggi, il disco del 2007.
Nel 1938 le stazioni radio dell'americana CBS mandarono in onda uno sceneggiato basato sul romanzo "La guerra dei mondi" di Orson Welles. Per idea dello stesso Welles, vennero utilizzati durante la trasmissione dei comunicati "live" identici a quelli trasmessi dal giornale radio, con l'intento di simulare una vera e propria diretta degli avvenimenti. Lo scherzo riuscì fin troppo bene, mandando nel panico l'intera nazione e causando incidenti di ogni tipo e isteria collettiva per diverse ore...tanto che ancora oggi si ricorda l'episodio come uno dei momenti più surreali della radiofonia. Dopo averne sentito tanto parlare, ora grazie ad Open Culture possiamo ascoltare il podcast integrale della trasmissione, un documento storico che ci riporta indietro di quasi settant'anni, nella fatidica notte in cui i marziani sbarcarono nel New Jersey! [via]
Dopo 73 anni vissuti sempre intensamente, the godfather of soul ci ha lasciato per una stupida polmonite. E' superfluo ricordare quale gigantesca influenza questo artista ha esercitato su tutta la musica nera degli ultimi 50 anni. Un personaggio che ha saputo sviluppare e trasformare funky, soul ed R&B come nessun altro, creando inni generazionali e infiammando le platee con la sua incredibile fisicità. Da ricordare soprattutto l'album "Live at the Apollo", primo disco dal vivo della storia che ha dato l'input per far nascere una nuova era musicale, quella del live. Tra messaggi sociali ed esistenziali, arresti, partecipazioni cinematografiche e anche qualche caduta di stile, la vita di James Brown è sempre stata rock, fino in fondo, fino alla fine. Essere riuscito a vederlo su un palco, un paio d'anni fa a Genova, per me ora assume un'enorme valenza e quel ricordo mi susciterà sempre grandi emozioni. Posso ancora sentire la voce dello speaker che annuncia "Ladies & gentlemen, mr. James Brown!", mentre lui entra con quel suo look senza tempo, spavaldo come avesse vent'anni. Chiaramente l'età del pubblico era molto variegata...ma in quel momento ogni barriera generazionale è stata abbattuta, c'era un'unica, grande generazione: quella che aveva ascoltato ed amato i suoi dischi. Per celebrarlo, il video della sua interpretazione del reverendo Cleophus James nel film The Blues Brothers (1980). R.I.P.