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lunedì, giugno 15, 2009
Rocksuckers @ Lebowski Fest


Come ogni viaggio dal 1998 a questa parte, il punto di ritrovo è stato nel fucking middle of nowhere della bassa vercellese; l'elezione di quel preciso luogo come nostra Samarcanda è misterioso anche per noi.
La fedele Gad-mobile si è autopilotata in quel di Asti tra una chiacchiera ed una scoreggia siringata nei sedili con gran maestria.
Prima tappa l'Osteria del Diavolo, luogo a noi già noto. Menù a base di carne cruda battuta al coltello, tajarin, ravioli del plin con erbe aromatiche, sottofiletto marinato in botte. Conoscendo il locale, ci siamo indirizzati verso la barbera sfusa della casa, che con pochi euri ci ha regalato un litro e mezzo di buonumore.
Di fianco alla simpatica osteria si teneva il Lebowski fest 2009, nella chiesa sconsacrata del Diavolo Rosso. Location fighissima, gruppo di burloni in tenuta lebowskiana, nichilisti, emuli di Walter e qualche pisciatappeti.
Sul palco i Tarantola 31, gruppo toscano con i Creedence Clearwater Revival nel DNA, che ha scaldato a dovere i presenti con un rock pieno di testosterone. Astenersi mezzi uomini con le paturnie: han fatto del gran bel rock pieno di birra, Jack Daniel's, sigarette e chiavate sul pick up.
Asti si conferma un posto della madonna: locali strapieni, giovani in giro per la città, palazzi ben tenuti (non ho visto una sola scritta sui muri), cestini ovunque. Ma soprattutto: nessun tira-bamba stressato, nessuno appena uscito dall'ufficio ancora incazzato con addosso un odore di excel e riunioni, niente fighe di legno vestite come se stessero brindando col Papi.
Pochi cazzi, questo è il Piemonte.

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mercoledì, giugno 03, 2009
Rocksuckers @ Fontanafredda


Mentre il mondo si incolonnava sulle autostrade e in Liguria il dialetto meneghino diventava lingua ufficiale, in totale controtendenza la meta ufficiale del nostro ponte è stata la Provincia Granda.
Per la precisione Serralunga d'Alba, ove sorgono maestose le tenute Fontanafredda.
In tutta onestà le Langhe ce le siamo girate in lungo ed in largo, però l'idea del Bosco dei Pensieri ha fatto scattare la scintilla: l'ultimo bosco di Langa, le citazioni di grandi poeti, il panorama per fermarsi e contemplare mentre la natura ti parla. Il tutto ben regolato dal marchio di fabbrica di Oscar Farinetti, patron di Eataly (tra le tante cose).
La tenuta della Bella Rosin è davvero imponente e le sue infinite cantine lasciano l'allegra comitiva a bocca aperta: come sono lontani i tempi in cui i sovrani che si chiavavano le minorenni e regalavano loro una tenuta e il titolo nobiliare anzichè un semplice ciondolo!
Circa il motivo del tour, ovvero il Bosco dei Pensieri, c'è poco da dire: il fatto di vivere a ridosso dei boschi e delle colline non ci aiuta ad apprezzarlo fino in fondo. Se forse fossimo nati e cresciuti in Piazzale Lotto magari un po' più di emozioni le avremmo avute.
In ogni modo è un'idea geniale del Vulcano Farinetti e sicuramente avrà un enorme successo.
Ciò che invece abbiamo apprezzato senza condizioni è stato il garden grill con le insegne Eataly il che corrisponde a prodotti di alta gamma a prezzi sostenibili.
A fine giornata un giro per la nostra città del cuore, Alba. Che dire? Negozi aperti la domenica, una sfilza di eventi culturali (dall'arte industriale al jazz nelle chiese, dalle rassegne letterarie ai readings di poesie), bar a prezzi ragionevoli con prodotti di qualità in cui le famiglie chiacchierano tranquille.
In sintesi: un altro mondo ed un ringraziamento alle divinità celesti per averci fatto piemontesi.

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venerdì, maggio 22, 2009
Langhe silenti



Il "Bosco del Silenzio" è un'altra idea di quel geniaccio dell'imprenditore piemontese Oscar Farinetti. Dopo aver dato vita ad Eataly, luogo che per i buongustai è diventato più o meno quello che è la Mecca per un musulmano, si è comprato la tenuta di Fontanafredda a Serralunga d’Alba e ha subito intuito le potenzialità del luogo circostante. Sfruttando una delle poche zone dove i vigneti non hanno soppiantato la foresta, ha così creato un percorso di 12 tappe contemplative, accompagnate da cartelli recanti citazioni di vari poeti tra cui Leopardi, Baudelaire, Fenoglio, Pavese e Whitman. Il risultato è un'oasi incontaminata al servizio della meditazione, della riconciliazione con la natura e soprattutto all'insegna del totale silenzio. Il tutto è gratuito, dalle 8 del mattino a mezzanotte in ogni mese dell'anno.
Un paradiso all'interno del paradiso delle Langhe, cui faremo sicuramente visita molto presto...lasciandoci alle spalle almeno per un giorno lavoro, sbattimenti, tecnologia e questa ottusa e rumorosa civiltà di cui putroppo ci tocca far parte.
[via]

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lunedì, maggio 11, 2009
Baladin e l'hamburger Slow Food


Mettere insieme due mondi antitetici come l'hamburger, figlio del concetto di fast food a stelle e strisce, e la filosofia di Slow Food suona davvero come una missione impossibile.
Non per Teo Musso, fondatore della mitica birreria Baladin! E così in quel di Piozzo, oltre a poter degustare tutta la produzione, ivi comprese le birre che trovi solo alla spina, puoi mangiare a prezzi ragionevoli delle vere leccornie, tra cui appunto l'hamburger "slow food", fatto con la carne di manzo de "La Granda", rigorosamente cotta al sangue.
La qualità ovviamente è la linea guida di Baladin e si esprime, oltre che per il citato hamburger, anche e soprattutto su tutta la produzione di birre. Dalla fresca Isaac alla complessa e strutturata Noel, si percepisce con chiarezza la fragranza di una produzione che cerca nelle materie prime di primissima scelta e nella cura artigianale di ogni particolare i propri segni distintivi.
Musso poi è stato bravo a legare alla sua birreria artigianale la missione di elevare la birra a bevanda nobile e complessa oltre ad una miriade di eventi di natura culturale (dai concerti di artisti emergenti alla valorizzazione di un riad in marocco), sicché il consumatore si beve in realtà una vera filosofia di vita.
Unico neo: il prezzo applicato da alcuni rivenditori. No worries, tanto noi abbiamo il nostro bar di fiducia!

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giovedì, maggio 07, 2009
Ritorno al chinotto


Ispirato da un bell'articolo visto su L'Espresso e da piacevoli antiche memorie, vorrei spezzare una lancia in favore del chinotto. Nessuna allusione sessuale, maliziosi...parlo proprio della bibita gassata che si produce (non tutti lo sanno) attraverso i frutti di una pianta. Inventato nel 1932 dalla S.Pellegrino, il chinotto ebbe successo nel periodo fascista grazie al protezionismo, ma poi venne man mano soppiantato dalle più note bevande frizzanti americane e relegato infine ad una piccola nicchia di mercato.
Oggi però l'interesse si sta risvegliando con siti dedicati, nascita di nuovi cocktail e la produzione del vero chinotto di Savona IGP da parte di Lurisia.
La tradizione insomma viene fuori e ora più che mai l'Italia deve puntare su prodotti come questo per rilanciarsi e soprattutto per spezzare il lungo periodo di globalizzazione che ha portato ad un appiattimento dei gusti e dei consumi.
Siete ancora lì a discutere se sia meglio la Coca-Cola o la Pepsi? Nel dubbio stappatevi un chinotto e non pensateci più!

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lunedì, maggio 04, 2009
Post enoico per veri intenditori e gourmandizer (noiosi)



Il week end lungo lasciato alle spalle è stato in tutta onestà a dir poco perfetto. Vino, langhe, slow food, colline novaresi, trattorie nascoste sono solo alcune delle keywords.
La nostra meta è stata Alba con l'annuale kermesse di Vinum; il mood langarolo unitamente alle belle torri e all'onnipresente profumo della tonda gentile ci hanno fatto dimenticare il prezzo di € 20 per avere i buoni-degustazione e il livello onestamente abbastanza basso dei produttori presenti.
Dopo una rapida ricognizione tra i gazebo in cui scambiamo quattro chiacchiere con un simpatico produttore di Roero Arneis, la scarsità di etichette degne di nota ci spinge a partire direttamente con l'assaggio doppio di Barolo - Barbaresco in barba ad ogni norma basilare sulla degustazione "a salire".
Ecco gli esaminati con tanto di voto in base al metodo Parker:

-Barolo Cannubi riserva 2001 di Battista Borgogno. Tripudio di frutti rossi e viola: lungo e strutturato con tannini ancora vivaci. VOTO: 94/100
-Barbaresco Sorì Valgrande 2005 di Grasso. Un barbaresco giovane, forse troppo, in cui i piccoli frutti rossi sono lievemente soffocati da una nota di prugna. VOTO: 93/100
-Barbaresco Bricco Asili 2004. Potenzialmente una grande annata, peccato che fosse un mix di cuoio e tabacco. VOTO: 91/100
-Barbaresco 2005 di Negro Giuseppe. Morbido nonostante la giovane età, tradita dalla punta alcolica. Da tenere presente. VOTO: 93/100
-Barbaresco 2004 Ca Romè. Una bomba di profumi. Rosa, frutti rossi; peccato che fosse un filo corto. VOTO: 94/100
-Barbaresco Pajà 2004 di Manuel Marinoni. Onestamente il fanalino di coda. VOTO: 90/100
-Dolcetto Dogliani 2007 dei Poderi Luigi Einaudi. Cosa ci fa lì? Il culo tanto ai baroli e barbareschi! Lungo sia all'olfatto che al palato, un crescendo di frutti rossi, lampone, felce. VOTO: 93/100

La vera sorpresa però è venuta dalle colline novaresi, da dove proviene il vincitore della due giorni:

-Ghemme docg 2004 di Antichi Vigneti Cantalupo. Tannini morbidi, viole e rose. Frutti rossi. Lampone. Lungo, lunghissimo nei profumi, con un colore caldo ed avvolgente. VOTO: 95/100. E non era nemmeno la punta di 
diamante della produzione.
Ovviamente lo abbiamo confrontato con i suoi concorrenti Ghemme docg e Colline Novaresi doc. Ma non c'è stata storia.
Per la serie: non basta il nome e comunque, come diceva Soldati, "la vinosità piemontese non ha eguali".

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mercoledì, aprile 29, 2009
Terra di grandi vini


Poter cambiare una vita fatta di riunioni, traffico e frenesia con un modello bucolico e salutare è un pensiero che accarezzo spesso, in particolar modo nei tanti sideways con i miei compagni di vita&merenda.
Ogni volta l'esempio che concretizza il nostro sogno prende il nome di Paride.
Basta lavoro in uffici freddi: si va in vigna.

La nostra è una terra di vini austeri, figli del nebbiolo: un vitigno che va amato fino in fondo perchè allevarlo significa sudare duro, faticare in vigna, sentire la terra come un bene primario e solo dopo anni di passione e grande lavoro vengono i frutti. Di alta qualità. E' paradigmatico della vera razza piemontese, fatta di gente dura, che unisce un innato senso pratico ad un senso estetico e sensoriale assolutamente non comune. E il buon Paride ha saputo e sa trasmettere questo.

Nella sua cantina manca il Ghemme Docg, ma è presente un fantastico Sizzano Doc (il "vicino di casa" prodotto secondo disciplinare da uve Nebbiolo, Uva Rara e Vespolina; invecchiato tre anni di questi almeno 24 mesi in legno) con l'evocativo nome di Minotauro. Superato l'annoso campanilismo enologico, la sorpresa è stata grande: un vino austero ma senza le spigolosità solite del Sizzano, con tannini ben presenti ma mai invadenti, lungo sia all'olfatto che al palato.
Usando il metodo Parker gli darei un bel 92/100.
Notevoli anche gli altri vini, le due Colline Novaresi Doc (Afrodite, una super fragrante vespolina e Priamo, vinificato con nebbiolo al 70% e 30% vespolina + uva rara) e il rosè "Eros".

Così adesso la mia voglia di ritornare alle origini è alle stelle, in quel mondo in cui gli uomini erano davvero uomini e i treni arrivavano in orario.

La scheda di laVINIum

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martedì, aprile 21, 2009
La moda nel vino


Il sottofiletto di fassone che mi attendeva a cena richiedeva un vino adatto.

Un po' perchè a casa della mia gentile fidanzata tengo solo prodotti molto impegnativi (su cui svetta imponente un Gattinara S. Francesco 2003 di Antoniolo), un po' perchè avevo bisogno di depurarmi da una settimana fatta di riunioni, numeri e negoziati, mi reco nell'enoteca del mio amico Marco.

Appena varcata la soglia la mia attenzione cade irriguardosa su un paio di drappi zebrati posti in bella vista, dai quali emergevano alcune bottiglie griffate Cavalli. Lo stilista. Oddio, "stilista" è una parola grossa, visto che per lui oro giallo e leopardato sono sinonimo di buon gusto. Per me suonano più come sinonimi di pacchianeria da magnate russo.

Nonostante sapessi già che mi incazzavo come una vipera, indago sul prodotto della maison fiorentina, scoprendo che non solo il vino di Cavalli è figlio (ovviamente) di un uvaggio di viti "bastarde" e senza tradizione (merlot, cabernet sauvignon e cabernet franc) ma che è
incensato alla pari del famoso uovo di Colombo.

Siti specializzati decantano l'amore del produttore ed il suo legame con la terra. Ma quale?? Quale legame??

Il tutto al modico prezzo di euro 46.

Ma come è possibile che un prodotto finto, senza una storia, senza un legame col territorio, che si fa forte solo di una bella confezione e di tanto marketing, possa ottenere anche un solo plauso?

E’ triste vedere come il vino sia scivolato nel limbo delle mode per palati facili senza cultura, in cui conta solo l’immagine e non la qualità.

Storia, sudore nei campi, letteratura e sensazioni lasciano il passo a mode futili e stupide; ed al pari di coloro che si sono riscoperti ipovedenti dopo l’ultimo San Remo, sorgono come funghi finti intenditori che decantano il vino dello stilista, frutto di una strategia in cui il cuore non è mai entrato.

Il vino è in primo luogo cultura ed è legato a filo doppio con la vita di chi lo produce e di chi lo beve. Cosa si può pensare di questa trovata? Nulla, se non la conferma del fatto che siamo un popolo di ignoranti pecoroni attratti da un drappo zebrato e dal desiderio di mostrare un benessere inesistente. Pronti a dimenticare il valore immenso della storia in favore di “reali finzioni” in grande fratello style, finti intellettuali che danno fiato ai denti con pensieri
preconfezionati e finti indipendenti omologati. Sono certo che Soldati si sta girando nella tomba, maledicendo questa generazione inutile che non sta dando nulla al mondo ma anzi sta impoverendo quello che è stato costruito nei decenni.

Dr. Gonzo

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venerdì, aprile 17, 2009
Viaggio mentale



E' vero, è venerdì. Ma vorrei essere sdraiato lì, mentre mi fumo un toscano e leggo "Vino al vino", del sempre grande Mario Soldati. Magari distratto dall'assordante silenzio che si sente proprio lì, lontano da radio, aerei e pc.

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giovedì, aprile 16, 2009
Post enoico


Non che fossero necessarie conferme ulteriori in merito all'opinabilità di Wine Spectator, ma anche questa volta, scorrendo in ritardo la famosa top 100 della "prestigiosa" rivista, non sono stato in grado di stare zitto di fronte alle scelte effettuate.

Senza entrare nel merito delle scelte, ci sono una serie di elementi di riflessione.
-1° Come il vino vincitore, un cileno merlot-cabernet con l'aggiunta di un invecchiamento in barrique: il vino adatto per chi ama leccare il cuoio.
-2° Ma che fine ha fatto il vincitore del 2007, alias Chateauneuf du Pape?
-3° Primo degli italiani, Pio Cesare con un Barolo 2004. Lo stesso Pio Cesare che si trova anche al supermercato? Proprio lui. Ma il fatto di vedere un nobile piemontese prima dei vari "super toscani" mi strappa un mezzo sorriso.
-4° Il primo toscano è Setteponti, appena quindicesimo e preceduto da un altro piemontese (tiè). Apperò! L'effetto brunello ha colpito duro eh?
-5° Non è una barzelletta. Ma alla cinquantesima posizione c'è il Nero d'Avola.

Il resto? Tutto un proliferare di americani, cileni, francesi.
Questo mi fa tornare alla memoria una sera di qualche mese fa a casa di Gherson, quando il "povero" Dolcetto di Dogliani ha vinto la sfida contro l'iper super blasonato Chateauneuf du Pape. Argomento della serata era come il vino sia spesso interpretato alla stregua delle scarpe di Prada: qualcosa che fa figo e va di moda. Quindi chi se ne frega se è prodotto in modo paraculo, lo paghi il triplo e non ha una sua storia di sudore e passione, l'importante è bere un'immagine perchè così fan tutti.
E' il modo molto meneghino di osannare cileni ed australiani perchè quelli vanno di moda, riducendo i piemontesi al solo Gaja non per l'indiscussa qualità ma per il solo prezzo proibitivo: perchè più è caro più è buono.

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posted by The Rocksuckers at 3:45 PM | link | 5 comments | Share on Facebook
giovedì, aprile 09, 2009
Carpe diem



Mentre il mondo va a rotoli che c'è di meglio di un sano sideways-langarolo-infrasettimanale-per soli uomini? Eccezion fatta di una villeggiatura a casa di Hugh Hefner, nulla!
E allora sveglia presto, ritrovo esattamente nel fucking middle of nowhere della bassa vercellese e via che si va.
Come ogni gita che si rispetti sbagliamo subito la direzione in autostrada e dimentichiamo circa il 90% delle cose che servono, ivi comprese borse frigo per i nostri acquisti gastronomici, navigatore satellitare e giacche.

La prima tranche del viaggio è caratterizzata da qualche telefonata tra pubbliche amministrazioni romane che non funzionano e lavoro, il tutto accompagnato da simpatici cori fatti con le sole bestemmie e fragorosi rutti: per un attimo torniamo a quel periodo di ricordi confusi che corrisponde al '98-'99.
Il mood del tour precedente in Fenoglio-style cede il passo ad uno spirito da amici miei atto primo.

Prima tappa Canale dove ci aspetta l'enoteca del Roero, i lunghi portici e i negozietti in legno. Dopo aver sfoggiato l'abilità negoziale di un brianzolo col SUV (dicasi tautologia), scatta un aperitivo al prezzo sociale di euro due cadauno: la barista dai capelli corti viene eletta "fidanzata dell'anno" e Canale nuova capitale del bel vivere.

Si torna nei ranghi in un fantastico negozietto di solo formaggio e poi via verso l'altra sponda del Tanaro perchè si sa, il Roero è bello perchè da lì si vedono le Langhe.

Seconda tappa Cherasco, patria delle lumache e dei baci al cioccolato. Mettere le gambe sotto il tavolo in una fantastica trattoria non ha prezzo, così come il litro e mezzo di vino, il bollito misto e i tajarin ai fegatini.

In barba alle norme prudenziali sulla guida il cuore ci porta a Pollenzo alla Banca del Vino su cui sarebbe possibile scrivere due trattati ed una raccolta di poesie d'amore nostalgico e retorico. Concetti chiave sono l'immediata conquista dell'addetto alla banca del vino del titolo di "lavoro più figo del mondo" (mi dispiace per te, ragazzo dell'enoteca di Nizza Monferrato, ma 'sto qui ti batte) e l'elezione della suddetta banca a luogo in cui desideriamo venir tumulati all'interno di un Geroboamo.

Last but not the least la 207 ci porta dritti a Barbaresco, dove parcheggiamo davanti a Sua Santità Gaja. Ahimè il progetto di diventare generi del buon Angelo non diventa realtà e quindi ci consoliamo con una bottiglia di barbaresco dei produttori, una vista romantica della valle e qualche pensiero osceno.

La giornata ci lascia alcuni grandi insegnamenti di vita, ovvero che la civiltà di un popolo si misura in base al numero di portici e di macellerie bovine, che si deve abolire il metro in favore della pertica e che il piemonte batte la dannata lombardia 3 a 0.

Dr. Gonzo

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